Stati Generali della Green Economy 2025 tra luci e ombre

(Foto Linkedin/Statii Generali
della Green Economy)

"La transizione ecologica non è una passeggiata ma non possiamo pensare di rimuovere tutto quello che è successo in questi anni: l'evoluzione tecnologica, le mobilitazioni dei cittadini, l'impegno delle imprese. Certi cambiamenti, una volta avviati, è molto complicato rimetterli in discussione”. Queste le parole di Edo Ronchi facendo il punto sulla green economy in Italia nella prima giornata della 14a edizione degli Stati Generali della Green Economy, organizzata da Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e dal Consiglio Nazionale della Green Economy – in collaborazione con il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica e con il patrocinio della Commissione europea e del Ministero delle Imprese e del Made in Italy – il 4 e 5 novembre nell’ambito di Ecomondo 2025.

“L’Europa può recuperare il terreno perduto investendo in innovazione, in crescita sostenibile e in sicurezza energetica, oppure rischia di passare da vecchie a nuove dipendenze", ha aggiunto il Ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin.

Tra gli interventi del primo giorno, la professoressa Lucrezia Reichlin ha sostenuto che l'ispirazione del Green Deal va difesa ma allo stesso tempo rafforzata con investimenti in innovazione e incentivi fiscali nei settori strategici. Paolo Gentiloni ha invece evidenziato come, in questo momento di guerre commerciali, l'Europa possa essere interlocutore della Cina leader nella manifattura legata alla transizione purché si affermi con una posizione che venga percepita come autonoma.

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La seconda giornata si è aperta con il messaggio del Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso: “L’Italia vuole essere protagonista di una green economy che unisce finalmente sostenibilità e sviluppo industriale, innovazione e occupazione, decarbonizzazione e competitività”.

I due giorni di interventi e dibattiti animati da relatrici e relatori provenienti dai cinque continenti hanno registrato più di 2.500 partecipanti tra presenze fisiche e collegamenti online. L’ampio richiamo ha confermato l’interesse del mondo imprenditoriale e industriale verso i temi della transizione ecologica in tempi di crisi geopolitiche e conflitti su più fronti. L’edizione 2025 degli Stati Generali della Green Economy ha proposto, nella seconda giornata, una sessione internazionale interamente in inglese, organizzata in collaborazione che Italy for Climate. Questa sessione ha analizzato gli scenari globali che vedono protagonisti Stati Uniti, Cina ed Europa, mettendo in luce i rischi, e la necessità di arginarli, di una retromarcia ambientale, alimentata dalle politiche statunitensi e dalla resistenza di alcuni governi europei nell’attuare pienamente la transizione verde.

Negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump sta provando a rallentare una transizione guidata da alcuni stati come la California. Paradossalmente il taglio ai crediti fiscali – con l’obbligo di dover realizzare nuovi impianti rinnovabili entro il luglio 2026 per potervi accedere – sta determinando un boom di nuove installazioni.

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Pur essendo il primo emettitore globale di CO2, la Cina è ormai un “elettro-stato” che produce l’80% dei pannelli solari, il 60% delle turbine eoliche e il 50% dei veicoli elettrici. Ma allo stesso tempo rimane il primo fornitore mondiale di carbone, il cui consumo è ancora destinato a crescere.

L’Europa è l’unico grande emettitore globale ad aver tagliato significativamente le emissioni: -37% dal 1990. Ma questo primato nella transizione viene messa in discussione dalle divergenze tra gli Stati membri dell’UE. Come dimostra anche l’accordo-compromesso sul target 2040: -90% di emissioni con un complessivo 10% di flessibilità per acquistare crediti di carbonio a livello sia comunitario che nazionale.

E poi c’è l’Africa che sta provando a ridefinire il suo ruolo nella transizione globale. D’altronde il continente detiene il 60% delle "best solar resources” in termini di irradiazione solare, minima copertura nuvolosa e condizioni favorevoli del terreno e ha enormi riserve di materi prime critiche.

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La sessione ha affrontato anche il tema dei finanziamenti e dell’impegno delle imprese nella transizione green. Al di là delle contingenze politiche, quest’ultimo risulta ancora prioritario per fondi e corporation perché le aziende che fanno innovazione crescono tre volte più velocemente e hanno un ritorno maggiore per gli investitori.

Come ha ricordato il direttore di Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Raimondo Orsini, “abbiamo bisogno di una bussola per capire la direzione da seguire in questi tempi di incertezza. E quella bussola è la green economy. Possiamo avere uno sguardo critico e ridiscutere alcuni aspetti del Green Deal, ma se distruggiamo l’impalcatura della green economy semplicemente distruggiamo il nostro futuro”.

“Anche quest’anno è stata ampia la partecipazione e l’interesse del mondo delle imprese sugli approfondimenti relativi alla transizione ecologica in tempi di crisi e conflitti”, ha dichiarato Edo Ronchi alla conclusione dell’evento. “Purtroppo, a chiusura di questa due giorni ci arriva un brutto segnale dall’Europa. Il Consiglio Ambiente, se da un lato ha dato una conferma formale al target del 90% di riduzione dei gas serra entro il 2040, dall’altro ha mandato un messaggio negativo: la doppia flessibilità che riduce l’impegno climatico. Una flessibilità che fa contabilizzare nel bilancio delle emissioni fino al 5% degli acquisti per i crediti di carbonio extra UE e al tempo stesso prevede fino a un 5% di riduzione degli impegni nazionali sul clima (Ndc). Il clima non aspetta: come il debito pubblico accade che accumuli, accumuli e poi devi ripagare con gli interessi, questa frenata europea aumenta il prezzo da pagare”.