Chimica europea: pressione competitiva, costi elevati e rischio deindustrializzazione
L’industria chimica europea sta attraversando una fase particolarmente critica, segnata da un contesto economico globale complesso e da condizioni di competitività in peggioramento. Le imprese del settore devono confrontarsi con una concorrenza sempre più aggressiva, in particolare da parte della Cina, mentre uno dei tradizionali punti di forza dell’economia europea, il commercio estero, non mostra segnali di miglioramento significativi. Questo, in premessa, è quanto emerge dal rapporto pubblicato da Cefic, il consiglio europeo dell’industria chimica, sullo stato di salute dell’industria chimica nel Vecchio Continente nei primi otto mesi del 2025.
Sul piano dei costi, l’energia rappresenta il principale fattore di vulnerabilità: in Europa i prezzi restano tra i più elevati al mondo e risultano circa tre volte superiori rispetto a quelli degli Stati Uniti. Questa situazione grava sui bilanci delle aziende chimiche, già penalizzate da una domanda interna deludente, e riduce ulteriormente la loro capacità di competere sui mercati globali.
I dati più recenti confermano il quadro di difficoltà. Nei primi otto mesi del 2025, le esportazioni del comparto chimico europeo verso i mercati internazionali sono diminuite del 2,3%, mentre le importazioni sono cresciute del 2,6% nello stesso periodo. Il settore fatica quindi ad aumentare la propria presenza all’estero e, allo stesso tempo, deve fronteggiare un flusso crescente di prodotti in ingresso.
A pesare è anche la combinazione tra apertura del mercato europeo e un livello di regolamentazione senza eguali, che ha sostenuto finora standard elevati ma oggi contribuisce a mettere il sistema in una fase definibile a pieno titolo “critica”. In questo contesto, l’incertezza continua a frenare gli investimenti e le previsioni per il biennio 2025-2026 restano deboli.
Il numero crescente di chiusure di impianti nel settore chimico evidenzia infine un processo di deindustrializzazione già in atto, che avvantaggia soprattutto i Paesi in grado di offrire condizioni di costo più favorevoli rispetto all’Europa. Un segnale che conferma come l’attuale situazione non rappresenti solo una congiuntura negativa, ma un vero problema strutturale per l’industria chimica europea.



