Rafforzare il riciclo Made in Europe

(Foto IA)

Nonostante il PET sia il secondo polimero più riciclato nell’UE, il settore sta affrontando difficoltà crescenti. Prezzi in calo e scorte in aumento, dovuti in larga parte alle importazioni a basso costo, stanno mettendo a rischio la sopravvivenza degli impianti di riciclo europei già consolidati, proprio nel momento in cui sono più necessari per conseguire gli obiettivi dell’UE in materia di circolarità. I metodi di calcolo di prossima definizione nell’ambito della Direttiva sulle plastiche monouso (SUP) arrivano in un momento decisivo: la definizione di “plastica riciclata” che verrà adottata determinerà se l’Europa riuscirà a consolidare un ecosistema del riciclo solido oppure se lo vedrà erodersi sotto la pressione di dinamiche di mercato esterne.

Queste le premesse di un appello lanciato da Plastics Recyclers Europe (PRE), secondo cui solo stabilendo una definizione chiara e rigorosa di “plastica riciclata”, che garantisca il raggiungimento degli obiettivi di contenuto riciclato principalmente tramite riciclo effettuato in Europa o in condizioni equivalenti a quelle dell’UE, la Direttiva potrà inviare un segnale inequivocabile: l’Europa è impegnata a tutelare la propria industria delle plastiche circolari, i propri obiettivi ambientali e la propria resilienza economica strategica. Lungi dall’essere un mero adeguamento tecnico, questa definizione offre la certezza giuridica necessaria per salvaguardare l’attuale capacità industriale, stimolare l’innovazione e sostenere investimenti di lungo periodo nel riciclo europeo.

Negli ultimi dieci anni il settore europeo del riciclo delle materie plastiche ha investito in modo significativo in infrastrutture di riciclo bottle-to-bottle del PET di alta qualità, che stanno adesso producendo risultati. Dati recenti mostrano che l’UE è in grado di raggiungere gli obiettivi di contenuto riciclato con capacità proprie, senza una dipendenza strutturale dal PET riciclato proveniente da Paesi extra-UE.

Le prime stime per il 2025 indicano che sono state immesse sul mercato 3,3 milioni di tonnellate di bottiglie, mentre la capacità di riciclo del PET è cresciuta parallelamente fino a circa 3,2 milioni di tonnellate. Questi dati evidenziano la solidità e la maturità dell’ecosistema europeo del riciclo del PET, anche prima di considerare i recenti ammodernamenti e i miglioramenti di efficienza.

Eppure, questi progressi sono sempre più a rischio. Negli ultimi tre anni hanno chiuso circa 50 impianti di riciclo e la perdita di capacità nel 2025 è stata quasi tripla rispetto al 2023. Il solo PET ha rappresentato il 21% della capacità persa. Questa ondata di chiusure riflette la crescente pressione competitiva che grava sui riciclatori europei, in particolare a fronte di importazioni che non necessariamente rispettano standard equivalenti in materia ambientale e di tracciabilità.

Inoltre, la spinta economica alla base delle importazioni a basso costo trascura gli obiettivi di sostenibilità di lungo periodo e la realtà dei costi operativi e amministrativi europei. In assenza di un adeguato sistema di verifica, non vi è alcuna garanzia che i materiali importati assicurino la tutela della salute e della sicurezza dei consumatori secondo gli stessi standard dei materiali riciclati prodotti in Europa: per questo è essenziale assicurare condizioni di concorrenza eque.

Sebbene le importazioni a prezzi più bassi possano apparire vantaggiose a prima vista, i benefici economici non vengono necessariamente trasferiti ai consumatori. Nel tempo, questa dinamica rischia di indebolire la capacità locale di riciclo, l’occupazione e gli investimenti, aumentando così la dipendenza dell’Unione Europea da fonti esterne invece di rafforzare filiere circolari resilienti e radicate sul territorio.

La definizione proposta di “plastica riciclata” nell’ambito della Direttiva SUP, inclusa nel cosiddetto “Winter Package” della Commissione europea, rappresenta una scelta strategica di politica industriale, in una fase segnata da sovraccapacità produttive a livello globale, costi elevati dell’energia e del lavoro e impegni ambientali sempre più stringenti. Ancorando gli obblighi di contenuto riciclato alle filiere europee, la definizione rafforza la credibilità ambientale, evita la deviazione dei rifiuti raccolti nell’Unione Europea verso mercati con standard inferiori o, peggio, verso lo smaltimento in discarica, e garantisce che i benefici economici della circolarità restino all’interno della base industriale europea.

Per gli Stati membri dell’UE, sostenere queste misure attuative significa rafforzare la sovranità industriale dell’Europa, la sua ambizione ambientale e l’impegno verso un’economia realmente circolare “Made in Europe”, tutelando al contempo l’occupazione verde. Significa anche garantire che i consumatori possano fidarsi delle dichiarazioni sul contenuto di riciclato: i quadri di riferimento per il riciclo in Europa e in sistemi equivalenti a quelli dell’OCSE devono assicurare un’origine verificabile, controlli ambientali rigorosi e la conformità a tutta la normativa UE pertinente, come la normativa sul contatto con alimenti, che stabilisce requisiti per la raccolta differenziata dei rifiuti e la certificazione di terza parte delle fasi di pretrattamento.

Non attuare immediatamente questa definizione comprometterebbe la capacità dell’Europa di stabilizzare il settore del riciclo, ridurrebbe la fiducia negli investimenti di lungo periodo e rischierebbe di accelerare la deindustrializzazione in un altro ambito strategico. È essenziale garantire un’economia della plastica competitiva, resiliente e realmente circolare, “made in Europe” e costruita per durare.