Competitività energetica in caduta, la manifattura italiana rischia più delle altre
La crescente divergenza delle politiche energetiche e industriali in Europa sta mettendo sotto pressione l’intera manifattura italiana, con un impatto particolarmente forte sui trasformatori di materie plastiche, settore fortemente dipendente dal costo dell’energia e dalla stabilità normativa. In questo quadro, la recente pubblicazione delle regole operative dell’Energy Release 2.0 rappresenta un passo positivo e atteso dal sistema industriale: uno strumento utile, che va nella giusta direzione. Bene, dunque – ma serve di più. Mentre in Italia la bolletta energetica resta stabilmente più elevata rispetto ai principali competitor, diversi Paesi europei – e non solo – stanno introducendo misure nazionali che rischiano di alterare profondamente gli equilibri competitivi del mercato unico. È quanto riporta Unionplast in una nota stampa dei giorni scorsi.
“L’Europa corre il rischio concreto di una competizione interna distorta e incoerente. Se alcuni Stati dispongono di ampi spazi di bilancio per sostenere energia, riciclo e investimenti industriali, mentre altri devono muoversi entro vincoli stringenti, la promessa del mercato unico viene meno”, ha dichiarato Massimo Centonze, presidente Unionplast. “A ciò si aggiunge che misure italiane destinate a calmierare il costo dell’energia – e non configurabili come aiuti di Stato – hanno subito rallentamenti e verifiche prolungate, mentre interventi analoghi, ma molto più incisivi, applicati in altri Paesi non hanno incontrato ostacoli simili”.
Unionplast riporta la situazione in alcuni Paesi europei. La Germania dal prossimo anno introdurrà un meccanismo di prezzo calmierato dell’elettricità a 50 €/MWh per un triennio: una misura di portata straordinaria, resa possibile da un ampio margine fiscale, che rafforzerà la posizione dei comparti energivori – dalla chimica ai materiali, fino all’auto – consolidando la centralità industriale tedesca. La Francia sta investendo in modo massiccio nel potenziamento della filiera del riciclo, integrata nelle strategie nazionali di sovranità industriale e circolare; Parigi ha costruito un sistema di incentivi stabili e prevedibili per gli impianti di recupero e rigenerazione dei materiali, comprese le plastiche, creando un contesto normativo ben più equilibrato rispetto a quello italiano. Il Regno Unito, nonostante la Brexit, rafforza i sostegni agli energivori: compensazione degli oneri di rete fino al 90%, esenzione totale dai prelievi sulle rinnovabili e dai costi di capacità, oltre a un piano di competitività industriale di lungo periodo; inoltre, è previsto un canale accelerato per la connessione elettrica dei grandi progetti industriali entro il 2025.
Per quanto riguarda l’Italia, la nota stampa illustra un contesto sempre più penalizzante. Nel nostro Paese l’avvio del paradigma Industria 5.0 si inserisce in uno scenario già complesso. Pur rappresentando un potenziale volano per modernizzare la manifattura e accelerare la transizione circolare, la misura sconta una criticità ormai evidente: la disponibilità effettiva delle risorse. L’improvviso storno di fondi dal PNRR Transizione, a pochi giorni dal termine per la presentazione delle domande (31 dicembre), lascia senza copertura un’importante mole di investimenti programmati dalle imprese, che solo negli ultimi mesi avevano superato ritardi di fornitura, difficoltà di finanziamento e complessità burocratiche. Il venir meno al fotofinish di circa tre miliardi di euro blocca il rinnovo tecnologico e la transizione sostenibile della filiera italiana della plastica – dalla trasformazione al riciclo - ampliando il divario con i Paesi che hanno sostenuto in modo continuativo il rinnovamento delle proprie imprese.
“Il risultato”, ha concluso il presidente di Unionplast, “è un’Europa che appare come un mosaico di norme e interventi nazionali, introdotti spesso in modo discreto e autonomo, con effetti cumulativi che rischiano di erodere la competitività della filiera italiana delle materie plastiche e, più in generale, la coesione industriale dell’Unione”.



