Da sinistra: Giancarlo Dezio,
Fabio Pedrazzi, Paolo Arcelli.

Il sistema industriale europeo delle materie plastiche sta affrontando una delle fasi più critiche della sua storia recente. Tra rallentamento economico, instabilità geopolitica e una pressione normativa senza precedenti, il comparto si trova a dover gestire una trasformazione strutturale che ne mette a rischio la competitività globale. Il dato emerso durante il convegno “Plastica: chi paga il prezzo del futuro? La transizione del settore tra il nuovo EPR e le sfide del mercato”, promosso da Ecopolietilene il 22 aprile a Milano, è emblematico: l’Europa ha perso oltre 15 milioni di tonnellate di capacità produttiva tra chimica, intermedi e polimeri.

L’analisi presentata da Plastic Consult scatta una fotografia nitida: mentre l’Italia vanta una filiera d’eccellenza (9.800 aziende e 30,4 miliardi di fatturato), il mercato dei riciclati segna il passo, con una contrazione prevista del -7,5% per il 2025. In questo scenario, il polietilene si conferma il pilastro dell’economia reale, rappresentando il 36% dei beni plastici analizzati. Dalle costruzioni all’agricoltura, fino all’arredo urbano, il polietilene non è solo un materiale onnipresente, ma la chiave di volta per una reale economia circolare delle “miniere urbane”.

Il nuovo regime di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) per i beni plastici non da imballaggio, annunciato dalla bozza di decreto messa in consultazione dal MASE a marzo, apre un tema necessario ma delicato. Per Ecopolietilene, lo schema rappresenta un’occasione strategica, ma non priva di rischi. “La sostenibilità non può essere solo ambientale, deve essere necessariamente anche economica”, ha avvertito Fabio Pedrazzi, presidente di Ecopolietilene. Il timore è che la nuova normativa si traduca in un aumento della complessità burocratica e dei costi di rendicontazione, dove a farne le spese sarebbero ancora le imprese.

Secondo Fabio Pedrazzi “il nuovo disegno EPR sembra voler colmare una lacuna importante. L’intenzione del legislatore di creare un percorso circolare è condivisibile, ma se caliamo queste prescrizioni nella realtà quotidiana, ci sono alcune perplessità. Innanzitutto, per quanto riguarda l’ambito di applicazione che, ad esempio, esclude i beni in polietilene. I produttori si troverebbero davanti a una ulteriore complessità di gestione, in termini di iscrizione al sistema collettivo, rendicontazione e pagamento del contributo ambientale. Non certo secondo, vi è la necessità di attivare una raccolta di qualità non solamente per un riciclo di qualità, ma anche per minori costi”.

A differenza di una regia puramente burocratica, Ecopolietilene ha ribadito la propria natura di partner attivo. “Siamo un consorzio che ha scelto di sporcarsi le mani”, ha dichiarato il direttore generale del consorzio, Giancarlo Dezio. I numeri danno ragione a questo approccio: dal 2020 a oggi, il consorzio ha gestito oltre 150.000 tonnellate di rifiuti da beni in polietilene, arrivando a sfiorare un tasso di recupero del 50% nel 2025.

La sfida per il prossimo biennio sarà far sì che le nuove regole non diventino ostacoli. “Le regole vanno rispettate, anche quando frenano la competitività”, ha concluso Fabio Pedrazzi. “È nostro dovere chiedere perimetri d’azione chiari e meccanismi di collaborazione efficaci. Solo così le regole smettono di essere ostacoli e diventano opportunità”.