Proposta delle associazioni internazionali del riciclo

Verso una definizione globale di “plastica riciclabile”

Plastica e ambiente - mercoledì, 25 luglio 2018

Al fine di orientare maggiormente gli sforzi verso una maggiore sostenibilità della plastica nell’economia circolare, l’associazione europea Plastics Recyclers Europe (PRE) e l’americana The Association of Plastic Recyclers (APR) hanno messo a punto una specifica definizione dell’aggettivo “riciclabile” riferito a prodotti e imballaggi in plastica, diffusa lo scorso 12 luglio in una nota congiunta.

“Il termine viene costantemente utilizzato per materiali e prodotti senza che vi sia un riferimento definito”, ha commentato Steve Alexander, presidente di APR. “In realtà, la riciclabilità di un prodotto va oltre l’essere tecnicamente riciclabile: il consumatore deve poter accedere a un sistema di raccolta e riciclo, il riciclatore deve essere in grado di trattare il materiale raccolto e, infine, occorre un mercato finale per il materiale rigenerato”.

“Recentemente, abbiamo assistito a diverse proposte di misure legislative sui prodotti in plastica e all’impegno da parte dell’industria per rendere riciclabili i propri prodotti”, ha aggiunto Ton Emans (nella foto in basso), presidente di Plastics Recyclers Europe. “In qualità di riciclatori, siamo parte fondamentale della soluzione per una plastica sostenibile e abbiamo bisogno di pubblico adeguato che comprenda cosa è necessario per etichettare un prodotto o un imballaggio come “riciclabile”. Incoraggiamo pertanto anche altri soggetti a seguire questo impegno. Cionondimeno, sono necessarie definizioni chiare, oggettive e universalmente condivise”.

Per tutti questi motivi, le due associazioni sono giunte alla definizione di quattro condizioni necessarie affinché la plastica possa essere considerata “riciclabile”:

1. Il prodotto deve essere realizzato con plastica che viene raccolta ai fini del riciclo, deve avere un valore di mercato e/o deve essere supportato da un programma di recupero obbligatorio.

2. Il prodotto deve essere selezionato e aggregato in flussi idonei ai processi di riciclo.

3. Il prodotto deve poter essere rigenerato/riciclato attraverso processi commerciali.

4. La plastica riciclata deve diventare una materia prima usata nella produzione di nuovi prodotti.

 

Inoltre, per quanto riguarda i materiali innovativi, si deve poter dimostrare la possibilità di raccolta e selezione di questi in volumi sufficienti, la loro compatibilità con i processi di riciclo industriale esistenti, oppure la loro disponibilità in quantità tali da giustificare l’avvio di nuovi processi di rigenerazione.

Comprendendo la difficoltà di un’applicazione su scala globale di tali condizioni, Plastics Recyclers Europe e The Association of Plastic Recyclers auspicano la massima condivisione e la raccolta di pareri dall’industria del riciclo della plastica e dai vari soggetti della filiera. La prima ad aver manifestato il proprio appoggio alla definizione di riciclo è Petcore Europe, associazione europea degli imballaggi in PET.

Dal canto suo, nel condividere la proposta delle due associazioni, il presidente di Assorimap, Walter Regis (nella foto in alto), rileva come l’ordinamento nazionale italiano non possa prescindere dalla spinta dell’UE per lo sviluppo dei principi in tema di economia circolare.

“La riciclabilità della plastica - che viene promossa dalle associazioni di riferimento europea ed americana - deve essere assicurata, in particolare, da una migliore progettazione dei prodotti e degli imballaggi plastici, con l’introduzione di linee guida sull’ecodesign per migliorare riutilizzabilità e riciclabilità degli stessi”, sostiene Regis. “Tutto il sistema Italia è in grande crisi, con un riciclo effettivo di materia che non va oltre il 20%, recuperando i cosiddetti materiali “nobili” (PET, HDPE e film), ma senza poter fare nulla per le quasi 200 mila tonnellate di plastiche miste avviate al riciclo (con un affidamento praticamente sempre incentivato); per non parlare del plasmix (residui di lavorazione del processo di selezione Corepla), che fa registrare oltre 500 mila tonnellate annue di materiale inutilizzabile”.

“Parlare di ipotetiche soluzioni a valle di conferimento e raccolta (come quella di un regolamento “End of Waste” per il plasmix in fase di avvio presso il Ministero dell’Ambiente, ndr) non è più realistico, visti proprio i numeri e la tipologia/composizione dei materiali: occorre, almeno per gli imballaggi, modificare la produzione rendendola ecosostenibile. L’attuale modulazione del Contributo Ambientale Conai non riesce più a indirizzare i produttori di imballaggi verso questa scelta ambientale”, ha concluso il presidente di Assorimap.


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